Di ritorno dalla terra di Palestina porto con me una domanda che ho rivolto a persone che conoscono profondamente ciò che sta accadendo: che ne sarà di Gaza?La risposta è stata il silenzio. Un silenzio che, però, grida. E grida con una forza immensa. Grida il dolore di un popolo, l'ingiustizia, la paura, la perdita di ogni certezza.Ma quel grido non si leva soltanto da Gaza. Risuona anche in tutta la Cisgiordania, dove la violenza dei coloni continua a colpire le comunità palestinesi, costringendo molte famiglie ad abbandonare la propria terra, le proprie case, la propria storia.Quel silenzio carico di sofferenza non può lasciarci indifferenti. Abbiamo il dovere di ascoltarlo, di raccoglierlo e di farcene carico, ciascuno secondo le proprie responsabilità. Perché quando il dolore di un popolo rimane senza voce, è compito della nostra coscienza impedirne l'oblio.La pace non nasce dall'indifferenza, ma dal coraggio di riconoscere la dignità di ogni persona, di difendere la giustizia e di non smettere mai di credere che un futuro diverso sia ancora possibile.Silenzio. Solo silenzio. È questo ciò che si avverte entrando nella Basilica del Santo Calvario, a Gerusalemme. Un silenzio insolito, quasi assordante, segnato dall'assenza dei pellegrini che, con la loro presenza e le loro preghiere, hanno sempre dato voce e vita al luogo dove Gesù fu inchiodato alla croce.Quel silenzio richiama alla memoria quello che, oltre duemila anni fa, avvolse il Golgota davanti all'Uomo crocifisso. Un silenzio impastato di indifferenza, sgomento, dolore, ma anche attesa.E oggi, in questa stessa terra, Cristo continua a morire. Muore nei bambini, nelle donne, negli uomini palestinesi, privati della loro dignità, spogliati della loro umanità, travolti dalla violenza e dalla guerra. Ogni vita innocente spezzata è una ferita che interpella la coscienza del mondo.È una storia che sembra non avere fine, un dolore che si rinnova lungo la storia degli uomini. Risuona il ricordo della strage degli innocenti, voluta da un uomo posseduto dalla prepotenza, dalla paura e dalla sete del potere. La storia insegna che ogni volta che il potere si assolutizza e dimentica il valore della persona umana, sono sempre gli innocenti a pagarne il prezzo.Per questo è necessario tornare a guardare quella Croce. Non come simbolo di rassegnazione, ma come il luogo in cui l'amore si oppone all'odio, il perdono alla vendetta, la giustizia alla sopraffazione. Cristo muore e dona la sua vita perché ogni essere umano ritrovi la propria dignità e perché la giustizia, fondata sulla verità e sul rispetto della persona, prevalga sulla violenza.Nel silenzio del Calvario risuona ancora una domanda rivolta a ciascuno di noi: da quale parte scegliamo di stare? Da quella dell'indifferenza o da quella della compassione, della pace e della difesa della vita? Perché finché ci saranno innocenti crocifissi dalla guerra, quella Croce continuerà a parlare al cuore dell'umanità.
Direttore della Caritas diocesana di Trivento
Direttore della Delegazione Caritas Abruzzo e Molise